Che Bardo che fa

Studio SalvettaEconomia e finanza, Fiscal Focus

C’è una teoria suggestiva, molto ben argomentata, che, a partire dal lontano 1987 ha tentato di far luce sull’identità di William Shakespeare, il grandissimo drammaturgo inglese.

Ad elaborarla fu, nel 1927, un giornalista romano – Santi Paladino – dopo aver rinvenuto nella biblioteca paterna un antico libro dal titolo “I secondi frutti“ d’un tale Michel Agnolo Florio. Grande fu la sua sorpresa quando, leggendolo, constatò che moltissimi dei passi che vi erano contenuti coincidevano con altrettanti presenti nelle opere del Bardo.

Non poteva trattarsi d’un plagio, dal momento che quel libro era stato stampato nel 1549, dunque prima della nascita dello scrittore inglese, avvenuta il 23 aprile 1564. Paladino cominciò così ad indagare, scoprendo numerosi dettagli sulla vita di Michel Agnolo Florio, tali da indurlo alla convinzione che William Shakespeare altri non fosse che lui, e fosse, dunque, italiano, anzi messinese.

La tesi di Paladino, com’era immaginabile, non piacque agli inglesi, che fecero di tutto per evitare che fosse suffragata e per farla dimenticare. Solo diversi decenni dopo venne dunque ripresa da altri studiosi (italiani, s’intende!), che, a seguito di più approfondite ricerche, giunsero a mettere in rilievo numerosi altri dati che l’avvaloravano.

Le origini italiane di Shakespeare-Florio avrebbero così spiegato perché molte sue opere fossero ambientate in Italia (Giulietta e Romeo a Verona; La bisbetica domata a Padova; Il mercante di Venezia a Venezia; Antonio e Cleopatra a Messina) ed altre coincidenze, quale, per esempio, la presenza in Amleto di due personaggi – i due studenti danesi, Rosencrantz e Guilderstern – i cui nomi corrispondono a quelli di due compagni di studi di Michel Agnolo Florio all’università di Padova; la circostanza che nel Mercante di Venezia fosse evidente una buona conoscenza della legislazione veneziana del tempo, del tutto sconosciuta a Londra; la corrispondenza del titolo di “Molto rumore per nulla” con quello di una commedia giovanile del Florio, “Tantu trafficu ppi nenti”.

Secondo gli approfondimenti effettuati dagli studiosi incuriositi dal caso, Michel Agnolo, nato a Messina da un medico – Giovanni Florio – e da una nobildonna – Guglielma Crollalanza – era fuggito da giovane con la famiglia (perché di fede calvinista) a Treviso, aveva studiato a Venezia, Padova, Mantova e aveva viaggiato molto, fino a giungere anche a Londra, dov’era stato assunto come precettore di lingua italiana e latina della futura regina Elisabetta I.

Florio, per cancellare il proprio cognome da calvinista fuggiasco, l’aveva cambiano in William – in memoria di un cugino residente a Stratford, morto prematuramente – e aveva tradotto in inglese il cognome materno Crollalanza (divenuto “Shake“, che vuol dire agita, scrolla e “Spear“, che significa lancia).

Un’ipotesi affascinante, insomma, considerato che del William Shakespeare conosciuto ben poco si sa, eccetto che fosse di origini molto umili, figlio di un guantaio analfabeta, e vissuto in ristrettezze economiche tali che di certo non gli avrebbero consentito di fare chissà quali studi classici: tutte circostanze che colliderebbero con la certezza di potergli attribuire la paternità delle grandissime opere che conosciamo.

Che quella qui esposta sia una tesi romanzesca, una speculazione erudita o una provocazione ha comunque, innegabilmente un certo fascino e potrebbe del resto presentare buoni margini di credibilità.

Inevitabile diventa allora qui il confronto con un episodio accaduto qualche giorno fa (ecco dunque spiegata la ragione della scelta di questo argomento), che invece dal credibile è ben lontano, quando una giornalista della TV argentina, confondendo il primo paziente inglese vaccinato nel Regno Unito – che di nome fa proprio William Sheakespeare – nel riportare la notizia della sua morte, avvenuta a 81 anni a causa di un ictus, ha sottolineato il suo sconcerto per l’improvvisa scomparsa di “uno degli scrittori in lingua inglese più importanti, per me un maestro “.

A sentirla si sarebbe potuto pensare ad uno scherzo se la giornalista non avesse più tardi aggravato la sua “svista” nel maldestro tentativo di giustificarla: “Si può sbagliare e si può male interpretare” – ha detto – “Ho 18 anni di professione alle spalle. Mi dispiace per l’accaduto ma non è colpa mia se si chiamano nello stesso modo. Sappiamo tutti la rapidità con cui vengono date le notizie. Una virgola, una parola saltata “come lo scrittore” e può succedere. Un errore è umano”.

Pur volendo concedere il più ampio beneficio del dubbio, lo stridore dei graffi sul vetro su cui la giornalista ha tentato d’arrampicarsi è stato assordante: il suo tentativo di far credere d’essere stata mal interpretata stona infatti parecchio anche col modo con cui ha introdotto la notizia, sì da lasciare poco spazio all’incertezza che non sapesse di cosa stesse parlando. Nel lanciarla ha difatti così esordito “Apriamo con una notizia che ha lasciato tutti a bocca aperta per la grandezza di quest’ uomo, stiamo parlando di William Shakespeare e della sua morte”.

La ricorrente modalità di recuperare il decoro della propria immagine scaricando su altri le responsabilità di errori madornali mi riporta alla mente un altro caso che immagino in molti ricordino.
Qualche anno fa, un ministro (dell’Istruzione, per giunta!) della nostra Repubblica, congratulandosi per il “viaggio” compiuto dal fascio di neutrini che, dal Cern di Ginevra, in 2,4 millisecondi aveva raggiunto il Gran Sasso, usò toni entusiastici in un comunicato stampa con cui affermò che “Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro”.

Pure in quell’occasione, della tragicomica gaffe fu prontamente accollata la responsabilità ad portavoce del ministro, costretto alle dimissioni irrevocabili. I tentativi di sotterrarla e di placare le polemiche conseguenti furono allora evidentemente meno rapidi dei neutrini, tant’è che la notizia data con quel comunicato venne persino ripresa e incollata pari pari in un libro di geografia delle elementari (“Capire il presente” – Mondadori Educational) in cui l’autrice del brano scrisse “Oggi il Gran Sasso ospita un Parco nazionale e dei laboratori sotterranei per la ricerca scientifica. Un lungo tunnel collega questi laboratori al Cern, il più grande laboratorio di fisica, che si trova al confine tra la Svizzera e la Francia, vicino alla città di Ginevra”.

La casa editrice – cui alcuni solerti genitori avevano prontamente fatto notare l’abnorme refuso – si era giustificata dicendo d’essersi accorta dell’errore e di aver sospeso, corretto e ristampato il libro, ma che evidentemente alcune delle vecchie copie erano malauguratamente rimaste in circolazione.

Ora, che la fisica quantistica possa non essere alla portata di tutti rende in qualche misura tollerabile un errore (non anche, però, quello geografico annesso, rimarcato dal ministro dell’istruzione, a proposito dell’esistenza di un tunnel che avrebbe dovuto esser lungo più di 700 chilometri per poter collegare la Svizzera all’Abruzzo!); ma che William Shakespeare possa esser stato ritenuto ancora vivo e possa addirittura datarsi la sua morte in era Covid, dopo aver persino ricevuto il vaccino, è un errore che persino un alunno delle elementari destinatario del sussidiario di cui sopra è in grado di rilevare.

Anziché tentare di giustificarsi la giornalista avrebbe fatto miglior figura “buttandola in caciara” – come dicono a Roma – azzardando la carta dell’ironia e sostenendo d’essersi voluta conceder la licenza di giocare sull’omonimia.

Tanto rumore per nulla se lo sarebbe risparmiato.

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